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linee di fuga

February 15, 2010
by 包翰林

Oltrepassata l`equatore e atterro a Jakarta. Capitale politica di uno dei paesi più popolati del pianeta, un crocevia di mercanti e viaggiatori di ogni sorta. Nessuno a cui ho chiesto sembra sapere quanti milioni di persone vivano a Jakarta. Ogni persona a cui domandavo, dava una risposta differente. Chi dieci milioni, il taxista mi dice diciannove, chi cinque o poco piu, chi semplicemente no idea.

Una città buia, affacciata sul mare di Java, dove puoi trovare qualsiasi sorta di vita per strada. Bambini senza scarpe e mezzi nudi che si accampano per dormire sotto le insegne di Louis Vuitton nel buio della notte, accanto ai patriot che controllano ogni macchina parcheggiata con speciali sensori anti-esplosivo.

Una citta con un contrasto cosi’ violento tra ricchezza e poverta’, tra miseria e ostentazione del lusso che non avevo ancora visto in nessuna metropoli. L`aria non troppo pulita, anzi decisamente sporca e appiccicosa sa di cenere e carbone. Questo e` infatti il periodo in cui le ricche foreste circostanti vengono abbattute per il pregiato legname indonesiano, e il fumo acre del disboscamento raggiunge Jakarta rendendola in questo periodo ancora piu’ buia e fuligginosa del solito.

Ho passato il giorno di San Valentino bevendo birra in un baretto frequentato da chi cerca di scappare dall’Indonesia, chi si aggrappa al passaggio di qualche viaggiatore o semplicemente passa di qua per scambiare due chiacchiere. Una certa April mi ha raccontato per circa 2 ore di come abbia cercato per 5 anni di lasciare il paese prima con un Americano, poi con un Australiano, poi ancora con un europeo di Amsterdam; di come un volo per Boston -Usa possa valere un ‘ti amo per sempre’ tra delusioni, tentativi, mentre il caldo appiccicoso le faceva colare il pesante trucco.

Sai quale e’ la cosa che piu’ mi da fastidio? Il fatto che gli expat pensano di conoscere  questo paese e il sud asia  meglio di chi ci e` nato qua, mi dice. Solo perche` un bianco lavora qua ed ha viaggiato, Singapore, Thailand o Malasia, e pensa di conoscere questo posto meglio di chi parla Indonesiano, o uno dei suoi molto dialetti. Mobilita contro grammatica, per chi e’ bloccato in una metropoli di quasi 15 milioni di abitanti.

E mi trovo in aeroporto, pronto per tornare a Singapore, dove mentre aspetto incontro un canadese-indiano che ritorna a Toronto dopo aver festeggiato settimana scorsa il proprio matrimonio con una Indonesiana di Bali. Un ragazzo  molto vivace e piacevole, che mi racconta di come voglia aprire un piccolo hotel a Bali, di come voglia abbandonare il Canada, il prima possibile. Lavora nella caffetteria di un Campus universitario di Toronto, dove questa settimana probabilmente ci saranno tagli, e quasi certamente si ritroverà licenziato da qua ad un mese. Niente su cui piangere, mi dice. Ognuno ha la propria chance di fuggire.


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